Nella Roma antica l'incenso era un gesto quotidiano e pubblico, domestico e politico. Si bruciava davanti ai Lari di casa, sugli altari dei templi, nelle processioni e nei funerali. Proprio perché era così diffuso, divenne anche un banco di prova: offrire o rifiutare un pizzico di incenso poteva significare scegliere da che parte stare. La storia dell'incenso a Roma è, in parte, la storia di un conflitto religioso.
Un uso diffuso
L'incenso arrivava a Roma attraverso le rotte commerciali dall'Arabia, ed era un bene costoso. Eppure il suo uso nei culti era comune. Il latino lo chiamava tus, e gli altari su cui ardeva venivano detti dai poeti «turicremi», cioè su cui si brucia l'incenso: l'aggettivo compare anche nell'Eneide di Virgilio.
Per conservare e offrire i grani si usava l'acerra, una piccola cassetta per l'incenso che compare spesso nei rilievi di scene di sacrificio, tenuta da un assistente accanto al sacerdote. Sugli altari domestici, davanti ai Lari e ai Penati, si offrivano piccole quantità di incenso insieme a vino, focacce e fiori.
Lo sfarzo dei funerali
L'incenso aveva anche un ruolo nei riti funebri, soprattutto delle famiglie più ricche. Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, riferisce che ai funerali di Poppea, moglie di Nerone, l'imperatore avrebbe bruciato più incenso di quanto l'Arabia ne producesse in un anno. Al di là dell'esattezza della cifra, l'aneddoto mostra quanto l'incenso fosse diventato un segno di potere e di ostentazione.
L'incenso e l'imperatore
Con la nascita del culto imperiale, l'incenso assunse un significato politico. Bruciarne un poco davanti all'immagine dell'imperatore equivaleva a riconoscerne la dignità sacra e l'autorità sull'impero. Per la maggior parte dei sudditi si trattava di un gesto di lealtà, compatibile con la propria religione. Per ebrei e cristiani, che adoravano un solo Dio, era invece un atto impossibile.
La lettera di Plinio il Giovane
Una delle testimonianze più antiche su questo conflitto è una lettera di Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, all'imperatore Traiano, scritta all'inizio del II secolo. Plinio racconta di aver interrogato persone accusate di essere cristiane. A chi negava, chiedeva di invocare gli dei e di offrire incenso e vino davanti all'immagine dell'imperatore, che aveva fatto portare in tribunale insieme alle statue degli dei. Coloro che obbedivano venivano rilasciati.
La lettera mostra con chiarezza come l'incenso fosse diventato uno strumento di verifica: un gesto minimo, che però separava la fedeltà all'impero dalla fedeltà alla propria fede.
La persecuzione di Decio e i libelli
Il momento più sistematico arrivò nel 250, sotto l'imperatore Decio. Un editto imponeva a tutti gli abitanti dell'impero di compiere un sacrificio agli dei davanti a commissioni incaricate. Chi lo faceva riceveva un certificato, chiamato libellus, che attestava l'avvenuto sacrificio. Alcuni di questi documenti, scritti su papiro, si sono conservati in Egitto.
Il vescovo Cipriano di Cartagine, nei suoi scritti, distingue diverse categorie di cristiani che avevano ceduto:
| Categoria | Che cosa avevano fatto |
|---|---|
| Sacrificati | Avevano compiuto un sacrificio animale |
| Thurificati | Avevano bruciato incenso |
| Libellatici | Avevano ottenuto un certificato senza sacrificare, spesso pagando |
Il termine thurificati deriva proprio da tus: chi aveva bruciato incenso. La questione di come riammettere questi fedeli nella comunità divise profondamente le Chiese del III secolo.
Il paradosso dell'incenso cristiano
Dopo la fine delle persecuzioni, nel IV secolo, i cristiani iniziarono a usare l'incenso nella propria liturgia. Ciò che era stato il segno dell'apostasia divenne segno di preghiera e di onore. Il paradosso è solo apparente: il significato di un gesto dipende dal destinatario e dall'intenzione. Lo stesso fumo, rivolto all'imperatore come a un dio, era rifiutato; rivolto a Dio come preghiera, era accolto.
Una riflessione simbolica
La storia romana dell'incenso ci ricorda che anche il gesto più piccolo può avere un peso enorme. Un pizzico di resina sulla brace sembra nulla; eppure per molti uomini e donne fu il punto in cui si decideva la coerenza della propria vita. Nella prospettiva della tradizione, ogni offerta dice a chi apparteniamo.
In sintesi
- A Roma l'incenso, chiamato tus, si bruciava sugli altari domestici e pubblici, conservato nell'acerra.
- Plinio il Vecchio racconta l'enorme quantità bruciata da Nerone ai funerali di Poppea.
- Con il culto imperiale offrire incenso all'immagine dell'imperatore divenne un atto di lealtà politica.
- Plinio il Giovane e l'editto di Decio mostrano l'incenso come prova imposta ai cristiani.
- I thurificati erano coloro che avevano ceduto bruciando incenso.