Poche piante hanno acceso l'immaginazione europea quanto la mandragora. Non per il fiore, modesto, né per le foglie, che si allargano a rosetta sul terreno, ma per ciò che sta sotto: una radice spessa, spesso biforcuta, che può ricordare in modo inquietante un corpo umano con due gambe e talvolta due braccia. Da questa somiglianza nasce una delle leggende vegetali più longeve della tradizione occidentale.
Una pianta antica nei testi
La mandragora compare già nella Bibbia. Nel libro della Genesi, Ruben trova nei campi alcune dudaim, termine che la tradizione ha reso con «mandragore», e le porta alla madre Lia; Rachele le desidera e ne nasce uno scambio tra le due sorelle. Il Cantico dei Cantici nomina di nuovo le mandragore che «mandano profumo». In entrambi i passi la pianta è associata al desiderio, alla fecondità e alla relazione d'amore.
Anche il mondo greco la conosceva bene. Teofrasto, il discepolo di Aristotele che scrisse una grande opera sulle piante, riferisce le usanze dei raccoglitori: tracciare cerchi attorno alla pianta con una spada e compiere il taglio rivolti in una precisa direzione. Teofrasto riporta queste pratiche con una certa distanza, come consuetudini dei rizotomi, i «tagliatori di radici», ma il fatto stesso che le registri mostra quanto la raccolta fosse avvolta di cautele rituali.
Il grido e il cane
La parte più celebre della leggenda si sviluppa tra tarda antichità e Medioevo. La mandragora, si diceva, non si lascia strappare: quando la radice esce dalla terra emette un grido così terribile da uccidere chi lo ode. Per questo il raccoglitore doveva:
- scavare con cautela attorno alla radice senza estrarla;
- legarla con una corda alla coda o al collo di un cane;
- allontanarsi tappandosi le orecchie;
- richiamare il cane, che correndo strappava la pianta e ne subiva il destino.
Gli erbari miniati medievali illustrano spesso la scena: la radice con volto e membra umane, il cane legato, l'uomo che si copre le orecchie o suona un corno per sovrastare il grido. L'immagine è così diffusa da diventare quasi l'emblema stesso della pianta.
Che cosa racconta questa scena
Sul piano simbolico, il grido della mandragora esprime un'idea profonda: la terra custodisce forze che non si possono prendere impunemente. La radice è al confine tra il mondo sotterraneo e quello visibile, tra vegetale e umano. Strapparla significa violare una soglia, e ogni violazione di soglia, nelle tradizioni, ha un prezzo. Il cane, animale che in molte culture accompagna verso l'aldilà, diventa il mediatore che paga per l'uomo.
L'Alraune e la radice del patibolo
Nel mondo germanico la mandragora prese il nome di Alraune. Qui la leggenda si fece ancora più cupa: la pianta sarebbe nata sotto le forche, là dove era caduto il seme o il pianto di un impiccato. Radici di mandragora, o di altre piante intagliate per somigliarle, venivano vestite, conservate in scatole e trattate come piccoli spiriti domestici, a cui si attribuiva il potere di portare fortuna alla casa.
Questo uso dei «mandragoroni» mostra un passaggio interessante: la pianta smette di essere soltanto vegetale e diventa figura, quasi un piccolo omuncolo. Non a caso, nel pensiero alchemico e nella letteratura successiva, mandragora e homunculus finiscono spesso per richiamarsi a vicenda.
La mandragora nella letteratura
L'immaginario della radice ha attraversato i secoli:
- Niccolò Machiavelli scrisse La Mandragola, commedia in cui la pianta è al centro di un inganno ben congegnato: la mandragora vi funziona come pretesto narrativo, specchio della credulità dei personaggi.
- William Shakespeare cita più volte la mandragora e il suo grido, segno di quanto la leggenda fosse familiare al pubblico del suo tempo.
- Gli erbari a stampa del Cinquecento continuarono a distinguere una «mandragora maschio» e una «mandragora femmina», distinzione che rifletteva più il simbolo che la botanica.
Una lettura interiore
Lo Studio Esoterico Cornelio guarda alla mandragora come a un'immagine di ciò che in noi resta radicato nell'oscurità: desideri, paure, energie che hanno una forma quasi umana ma non sono ancora venute alla luce. La leggenda insegna una forma di rispetto. Ciò che sta nelle profondità non va strappato con violenza, ma avvicinato con preparazione, con cerchi di protezione, con lentezza.
Il cerchio tracciato dal raccoglitore di Teofrasto è, in questo senso, un gesto eloquente: prima di toccare ciò che è potente si delimita uno spazio, si stabilisce un ordine. È lo stesso principio di ogni lavoro rituale, che comincia sempre separando il sacro dal profano.
Elementi simbolici principali
| Elemento | Significato tradizionale |
|---|---|
| Radice antropomorfa | Il legame tra uomo e terra, l'umano nascosto nella materia |
| Grido | La forza che reagisce a chi viola una soglia |
| Cane | Il mediatore, il compagno che attraversa il confine |
| Patibolo | Morte e nascita, la vita che sorge da ciò che è finito |
| Cerchio | La protezione e l'ordine che precedono ogni gesto sacro |
In sintesi
- La mandragora è nota soprattutto per la radice biforcuta, che ricorda una figura umana.
- Compare nella Genesi e nel Cantico dei Cantici, legata al desiderio e alla fecondità.
- La leggenda medievale del grido mortale e del cane è tra le più illustrate negli erbari.
- Nel mondo germanico divenne l'Alraune, nata sotto le forche e custodita come spirito domestico.
- Il suo insegnamento simbolico riguarda il rispetto per ciò che sta nelle profondità.